Quando si aprono opportunità di business, i primi esploratori delle nuove opportunità vedono sempre di cattivo occhio quelli che si “aggregano” successivamente, quando la strada è già stata battuta e può essere percorsa con comodità.

Il mestiere di insegnante di ballo non fa eccezione,  come sanno bene tutti i nostri contemporanei che sentono ripetere spesso il mantra “ormai sono tutti maestri“. In effetti l’ormai è abbastanza fuori luogo, perché lascerebbe supporre che ci sia stato un momento del passato in cui erano maestri solo quelli che avevano diritto di esserlo.

Cento anni fa il ballo era in voga molto più che ai giorni nostri. Si ballava ovunque ed ogni stagione vedeva nuove danze di moda.
Questo articolo, tratto dal Corriere della Sera del 22 Maggio 1914, illustra con chiarezza che in quel periodo fiorente per la danza, i problemi che assillavano i maestri di ballo erano esattamente identici a quelli odierni.
Ma alcuni maestri di allora tentarono di associarsi in un gruppo selezionato che stabilisse il diritto dei “primi arrivati” e mettesse ufficialmente tutti gli altri maestri sotto l’egida di questa associazione.

cornice

I maestri di ballo a congresso

e lo statuto delle danze

I maestri italiani di ballo hanno inaugurato ieri il loro primo congresso a Milano in una sala del Cova.
E’ la prima volta che i maestri italiani fanno un passo di questo genere, cosi diverso dai molti passi che sono abituati a fare nelle loro sale. E’ una specie di passo d’insieme per coordinare le forze e le regole della danza e per mettere in fraterno accordo gli insegnanti.

Lo scopo del congresso, la cui organizzazione aveva messo in orgasmo da qualche tempo tutte le scuole Italiane di ballo, è spiegato chiaramente dalla circolare d’invito largamente distribuita fra gli educatori della danza. E’ giunto il momento per organizzarsi fra maestri di ballo e avere quindi la forza di combattere il primo pericolo che — secondo loro — minaccia l’eccezionale movimento sviluppatosi quest’anno, tanto proficuo alla professione: organizzarsi contro tutti quelli individui che allettati dalla speranza di lauti guadagni si sono improvvisati maestri e professori di danza “creando quella grande confusione di teorie che rende tanto disagevole l’insegnamento da parte del veri maestri e l’apprendimento da parte degli allievi”.

Poi, come scopo aggregato, l’unificazione delle teorie dei vecchi balli e sopra tutto dei nuovi. Ci diceva un maestro, accomodandosi i riccioli che ogni tanto minacciavano di ruzzolargli giù per la fronte: — Creda, l’arte è bella, ma l’insegnare i nuovi balli va diventando un supplizio. Ci si guadagna, è vero, ma con tutti questi sistemi ci si perde la testa. Ogni maestro ha uno stile suo, specialmente quando non ne ha. Il tango venne insegnato in cento modi diversi; e ognuno garantiva di insegnare il vero tango autentico.
Quando poi saltò fuori la furlana avvenne l’ira di Dio: qualcuno la ballò come se si trattasse di una tarantella, qualche altro come se fosse una pavana, molti la confusero col minuetto. Bisogna dunque non soltanto organizzarci noi, ma organizzare anche i balli. E il congresso si è inaugurato appunto per questo.

Il passo d’apertura

Alla cerimonia inaugurale si notavano maestri venuti da varie città: i presenti non erano moltissimi, ma erano pervenute molte lettere di adesione. Erano tra gli intervenuti i signori — maestri o professori, si capisce — : Alfredo Servillo di Spezia, cavalier Enrico Pichetti di Roma, Roberto d’Aquino di Genova e Milano, Giovanni Scarselli di Firenze, Scolastica Martina di Pavia, Francesco Cremonesi di Como, Adolfo Strocco di Torino, Umberto Trombini di Verona, Cesare Coppini di Milano, Alessandro Carozza di Milano, Annibale d’Aquino e Nina Marzoni.

Le lettere dei maestri aderenti — una trentina — hanno portato una valanga di proposte e di consigli. Alcune sono sfiduciate: mettere d’accordo i maestri di ballo? utopia! il ballo è un’arte libera, e i maestri vogliono essere più liberi dell’arte. Altre invece sono piene di incoraggiamento: allegretto vivace di elogi con galop di auguri e passo finale di entusiasmo. Qualcuna raccomanda che si trovi per la nuova stagione un altro ballo fortunato sul genere del tango, visto che il tango è stato la risorsa di tanta gente. Altre invece si preoccupano della questione morale e suggeriscono dei provvedimenti radicali: continuar pure a ballare il tango come lo si balla adesso, ma cambiargli nome.
I lavori, apertisi al mattino, sono continuati nel pomeriggio e alla sera, e verranno ripresi oggi. Generalmente il pubblico, quando sente parlare di questioni di ballo e dl ballerini, è disposto a sorridere. E’ un errore. In materia di ballo ci sono delle questioni assai gravi.

Una per esempio è stata ieri dichiarata gravissima. Come si fa a dividere e a riconoscere i veri e autentici maestri di ballo da quelli altri?
C’era una certa tendenza a stabilire questa massima:
— I veri maestri di ballo siamo noi. E gli altri no.
Ma parve un po’ troppo recisa ed anche alquanto soggettiva. Poi presentava il pericolo che gli altri si mettessero a dire: “i veri maestri di ballo siamo noi”. E nessuno avrebbe potuto contraddirli.

Occorre dunque dell’altro. Finora per la professione dei maestri di ballo non esiste nessun controllo. Se un tale, svegliandosi una mattina, dice a sè stesso: “Da oggi in poi voglio essere un maestro di ballo, e chiamarmi cosi” quel tale è nel suo diritto. E se è un po’ più ambizioso e invece di maestro vuole addirittura chiamarsi professore, eccolo professore. Ora gli attuali maestri e professori di ballo vorrebbero che non ci fosse una simile facilità. Essi sono già maestri e professori, e quel che è fatto è fatto, ma per i nuovi che cominciano adesso si dovrebbero esigere degli esami.

Però anche questo provvedimento parve alquanto soggettivo e pericoloso, perchè fra l’altro si dovrebbero riconoscere come veri maestri anche quei tali che non sono veri maestri e che già esercitano (come si faccia poi a riconoscere i veri dai falsi, se non esistono nè scuole nè diplomi, é un po’ imbarazzante), mentre invece si vuole epurare l’ambiente.
Si è dunque affacciata l’idea di costituire una associazione fra i maestri, scegliendo con criterio i soci, presentarsi al Ministero dell’istruzione profittando del movimento che c’è per introdurre nelle scuole l’insegnamento della danza o almeno della ginnastica ritmica, e chiedere una tutela ufficiale, con esami teorici e pratici e rilascio di diplomi, da parte di una commissione dei più autorevoli e anziani maestri dell’arte. Ma la questione è grave, e non può risolversi su due piedi. Come in tutte le cose di ballo, ce ne vogliono almeno quattro.

Il bilancio del balli

Intanto, nelle due sedute di ieri e nella riunione serale alla scuola Carozza con un piccolo spunto sperimentale, si è discusso dei nuovi balli.
Il tango, che è stato una vera fortuna per i maestri di tutto il mondo — anche in Italia si son fatti guadagni folli — è in un momento di ribasso. Sembra che la stessa sua voga clamorosa lo abbia snervato. Ma i maestri gli fanno la corte e sono poco disposti ad abbandonarlo, perché è un ballo d’oro: d’oro per i maestri, si capisce. E si spera che rifiorisca durante la stagione estiva, ai bagni e in montagna. Intanto si cerca di semplificarlo. Finora la smania del tanghisti era di conoscere molte “figure”: trenta, quaranta, cinquanta. E i maestri per contentarli ne fabbricavano sempre qualcuna di nuova: si ha sempre sottomano — anche se la mano è rappresentata dal piede — una discreta figura quando le lezioni vengono pagate quaranta, cinquanta, e perfino cento lire l’una. Adesso invece, poche figure: quattro, cinque al più, e il tango è a posto.

La furlana, lanciata con quel po’ po’ di clamore, è stata un successo, e si balla ancora. Ma si balla dove si è saputo ingentilirla: toglierle l’andatura di tarantella, e indorarla di grazia di minuetto. Il suo tempo è il sei per otto, secondo le ultime decisioni. Con la furlana si ha il vantaggio che gli abiti durano di più perché si strofinano meno: dama e cavaliere stanno a una certa distanza.

Il ta-tao, la nuova danza quasi press’a poco cinese che il congresso di ballo di Parigi ha tentato di lanciare, non ha fatto un passo: brutto principio, per un ballo. Imperversano invece gli one step, two step, e pare che ci sia all’orizzonte una nuova danza messicana… Speriamo che gli Stati Uniti non intervengano.

I maestri attendono ansiosi. Vigileremo.

 

In copertina: Filippo Carcano, “La lezione di ballo”, 1865

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