Il Tabarin era un locale adibito alle rappresentazioni teatrali di arte varia e al ballo degli spettatori.  Il primo tabarin che acquisì fama internazionale fu il Bal Tabarin di Parigi, aperto nel 1904: era dotato di un piccolo palco con ribalta e di una pista da ballo.

Più avanti con gli anni, il tabarin divenne sinonimo di dancing, night, café-chantant o, in italiano, della nostra balera.

In questo brano pubblicato su La Stampa il 28 Gennaio 1927, Marco Ramperti descrive minuziosamente le sensazioni di un avventore casuale in uno di questi locali, dipingendo con toni accesi il desolante squallore ma anche l’umanità che traspare ad un occhio attento.

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«Addio Tabarin — paradiso di voluttà…»
Le canzoni esagerano sempre. Sarà per questo che diventano popolari.  Le poche volte che sono sceso nei voluttuosi paradisi detti Tabarin, vi ho trovato dieci persone che s’annoiavano, ed altre novanta che campavano su queste dieci.

Vi torno, adesso, mentre rintoccano le campane a stormo della loro fine, e l’impressione è così desolata, così catastrofica, che ho quasi voglia di farmi un segno di croce. Siamo dinnanzi a un cataletto. Le ultime musiche di Irving Berlin hanno l’aria frettolosa di chi vuol concludere. Quel po’ di sorriso oh’è sulle labbra violastre delle frequentatrici si direbbe obbligatorio, così com’è obbligatoria la consumazione di champagne. Sempre un poco questi luoghi, che spesso prendono per celia dei nomi infernali, mi davano un senso dantesco di punizione in giro tondo, di « bufera che mai non resta » per un potere di lemuri e di satanassi.
Adesso s’è aggiunto non so che soffio, non so che gelo di tragedia. La fischiata del negro in cilindro che durante il camel-walk s’aggiunge e sovrasta allo jazz, è come un richiamo traverso alla burrasca. Poi il moro parla dal megafono, secondo l’uso, e si ha veramente l’impressione che gridi a un salvataggio. Un passo di charleston sgambettato da altri tre negri completa l’illusione. Fanno essi l’atto di nuotare, coi ginocchi piegati in dentro e tenuti per le rotule, spalancando degli occhi da caimano di cui vedi il bianco: e il movimento è preagonico; lo sguardo è di terrore.

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Al Tabarin quest’ultima volta, ci sono andato con un poeta. Non c’era entrato mai: voleva vederne uno prima della chiusura definitiva. La poesia ha sempre avuto delle tenerezze pei condannati a morte.
— E’ triste — m’ha detto, indugiando con la coppa del beverone tra le dita, quasi la temesse avvelenata.
Avevamo di fronte due ballerinette ungheresi. Una si grattava. L’altra alzò il calice verso di noi, vedendoci così sobrii e così soli, con ironia.
Servus — fece il mio compagno, selvatico ma educato.
Colei che si grattava ci mostrò la lingua.
— E’ triste. Molto triste…
— Sì. Però non quanto credete. Gii scrittori italiani non amano il Tabarin, ed hanno ragione. Ma non amano neppure il ballo, ed hanno torto. Qualche pagliuzza d’oro si riuscirebbe a trovare anche in questa pattumiera. Ma gli scrittori non vanno più a veder ballare, come ci andavano Andrejeff, o Musset, e ignorano cose, passioni, splendori, miserie che son pure di questa terra, essendo di questi luoghi.
Nè di sport nè di danza vuol sapere il letterato italiano. Ve l’immaginate, Marino Moretti al Tabarin? 0 Cardarelli? O Govoni? Non parlo di Papini.   Sem Benelli ce l’ho visto una volta sola, accigliato da far paura: tanto, che una girl gli tirò un cioccolatino. Anche Gotta ce l’ho veduto una volta, attento ai «falsi tzigani» che poi mise in una novella e poi anche in un romanzo. Lo stesso Guido da Verona non ci andava che nell’anteguerra; e così Luciano Zuccoli: molto attento tra il ’14 e il ’15, col suo monocolo, alle quattro fanciulle Santelmo, che ormai saranno maggiorenni. Vergani, frequentando i sotterranei di Bragaglia, vi ha fatto l’apprentissage delle sue esperienze funambolesche : ma ne è uscito subito. Pitigrilli, le poche volte che ci va, fa della chiromanzia e beve la granatina. Lo stesso povero Vallini, che qualcuno ancora suppone ucciso dalle droghe e dalle tregende notturne, mi confessava che pochi luoghi l’affliggevano come il Tabarin. « Vi andai a ballare una volta — egli mi diceva — per amore d’una greca che aveva un profilo da Partenone. Presala tra le braccia per un giro di tango, la vidi impallidire orribilmente. Pensai fosse per amor mio: per averle io comunicato, finalmente, lo struggimento ch’era in me. Le si era soltanto slacciato uno scarpino. Non ci tornai più. Non misi più piede in un dancing… ».

— Vogliamo andare!
— Come vi piace.
Le due ballerinette sono sbottate a ridere, non so perché.

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Uno squillo ci arresta: uno squillo da dì del giudizio: duro, fragoroso, intransigente.images
Sono apparsi sette saxofoni: sette tube splendenti, schierate ed alzate al cielo come, nei frontoni dei templi indù, proboscidi dorate d’elefanti ; e alla loro improvvisa arroganza han ceduto, di colpo, tutti i bisbigli della sala. Alcune pedine dal viso acerbo, le quali poc’anzi sorridevano d’un sorriso confetto, ad ogni sguardo che incontrassero, s’affissano, non più distratte, alle trombe d’oro, quasi assorbite dai loro imbuti vorticosi.
Le guardiamo. Non si voltano. Non si scuotono.
La masnada dei sax va intonando un tempo di Whiteman. Ognuno è immobile al suo tavolo, sotto il paralume cangiante arancio e viola, e solo una coppia è sdrucciolata di corsa, d’impeto, quasi sottraendosi a una stregheria, nel mezzo dell’aula, verso il quadro abbagliato dove si danza ; mentre, nello squillo laceratore, tremano i calici vuoti, e qualche ciglio sgomento, e il pendulo ramo d’un finto glicine. Tutta la sala è festonata così, in una maniera d’idillio che ha un sapore di canzonatura, e che tutti i Tabarin ripetono da quella « closerie de lilas » da cui ebbero origine. Ogni cosa è qua dentro falsata o burlata: la luce cangiante come la decorazione floreale, i sorrisi delle donne come i pezzi di musica, che i sonatori usano interrompere a mezza battuta per lasciarci li col piede sospeso. E qua un vinaccio diventa champagne, il Parsifal diventa un fox-trot. Ogni cosa a rovescio; oppure a sproposito : il danseur lenone che balla nello stile dei principi ; o il principe incognito che s’ubbriaca come lo staffiere.
Ci siederemo all’ombra di quei glicini da convento, intorno a quella petite table che diresti apparecchiata per Manon Lescaut; e verrà l’ungheresina che si gratta, o l’altra che ride con undici denti d’oro, a darci un ganascino. La vera peccaminosità del Tabarin è in questa imitazione irridente, per quanto inconsapevole, d’ogni casta poesia. E poi anche nella sua labilità. Tutto qui par vivere ad alta tensione, ed è effimero più che tutto; e significa, nel massimo luccicore, la maggiore inconsistenza: dalla sigaretta bout d’or che si getta appena accesa, al sigillo dorato dello spumante che svanisce stappato.

Ma forse l’episodio più espressivo della vita tabarinesca, è in quello scherzo della musica interrotta prima di concludere. E’ una cosa che fa male al cuore; che fa guardare con odio ohi abbia sensi gentili, alla volta dei musicanti colpevoli. Sono là: giovani, bianchi, biondi, con lunghi capelli: scolari di Conservatorio, immagino. E il moro urlante nel mezzo: unico negro e laido nella fila bianca, come un dente cariato. Urla come soffrisse. Perchè urla così? E ad un suo cenno, ecco, la musica tace, stroncata. Una cosa selvaggia; una cosa che fa male. Hanno preso una melodia per il collo, perchè?
Una musica interrotta è tragica come una morte violenta. Un’idea che doveva risolversi ; un’idea, cioè un’esistenza, che doveva ricomporsi nell’infinito, è rimasta senza epilogo e senza pace. E l’anima trema. E’ un poco come quando un razzo ricade, ancora acceso, nel buio : e nessuno, nessuno saprà mai come abbia potuto morire.
Ma questa mancanza della battuta di riposo esprime precisamente l’allegrezza del Tabarin: musica che non conclude ; fuoco che non consuma; illusione, trepidazione che lascia l’anima più inappagata e più sofferente di prima.

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d0dd9-tabarin2« Spark-ballet » : una schiera di pagliaccetti sbraccianti, assurdi, tra saltarelli di gente sorpresa. Poi una danza macabra, nello stile di Valeria Gert, con ali di vampiro, luci spente e accompagnamento di tamburo rullante. Riconosco l’origine austriaca, anche se le ballerine si chiamino girls
Indubbiamente i popoli vinti hanno occupato i Tabarin dei popoli vincitori. Tributo; o rivincita? La danza di Basiliola in onore del più forte, ci riverisce o ci minaccia? Vogliono esse, le belle sconfitte, ritoglierci con la quête una parte del tributo di guerra? O c’è, come nei fiori odorati da Adriana Lecouvreur, una polvere dissimulata nella rosa del bottino?
Polvere Merk, probabilmente…

Seguono un garrotin, una flamenca, un Kohap russo, un katolengo africano. Poi una ballerina romena, dalla pelle che sa di rakhatokoum. Poi una spagnuola, agevole e magra come una biscia nell’olio. Nel suo libro recente, quella cima di Bourget ha stabilito che «una francese non ha mai danzato come un’inglese, nè un’italiana come un’orientale» : scoperte che si arrivano a fare, in Francia, soltanto quando si è immortali. Ma che, tra l’altro, non sono neppure indiscutibili. Perchè abbiamo, ormai, anche delle girls nate in Baviera; oppure a Francoforte sul Meno. Perchè Harry Pilcer, il prefetto della grazia parigina, viene oggi dalla Scozia, come ieri la Cavalieri veniva dalla Sicilia; perchè i «falsi tzigani» scoperti da Salvator Gotta sono generalmente di Napoli, e i mori dello jazz, qualche volte, passati al lucido da scarpe, perchè le danze russe le ha insegnate l’italiano Cecchetti; e quelle dei Tabarin, spagnuole o romene che siano, le mette su un regisseur, che ha spesso il ritratto del generale Hindenburg appeso ala catena del panciotto.

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Largo dunque alle girls, della City o di Santo Stefano, che verranno in mezzo alla sala, tra i finti glicini e il finto champagne, a fare il « pollo arrostito » , a cantare lo yankee-doodle e a schiaffeggiarsi in cadenza le gambette. Queste stesse soldieresses, l’anno scorso, quando le maglie carnicine non erano di rigore, le ho viste schierate dallo stesso regisseur, nella stessa maniera, in un costume che si componeva d’una cravatta nera e d’un colletto all’ussara : salvo che la prima, la capitana, portava anche un piumetto sopra la parrucca marquise, e l’ultima, la serrafila, uno zaffiro nell’ombelico. Sapevano di saponette, di cipria e di fondant: e avevano un sorriso identico, quasi regolato da un commutatore.
Ma la loro nudità ci era ormai indifferente, e benché lo spettacolo della bellezza sia sempre magico nella sua rivelazione carnale, quel sorriso, quella cipria, quella stanchezza ce ne allontanavano.
Le riguardo adesso vestite. C’è nei loro occhi, rimasti innocenti, un riflesso verde e chiaro di Wiener Wald.
— E’ triste — ripete il mio compagno, scrutandole.
Sì : è triste. L’acrobazia dei nuovi balli, dapprima così sorprendente, appare nel loro sforzo, alla lunga, un supplizio inutile. La gambina diciottenne dislocate nel grand écart, sotto la luce crudele di tutte le lampade e di tutti gli occhi, sotto tante luci che l’investono e la frugano, è uno spettacolo per sadici. Altra cosa doveva essere, questa « spaccata », al Bal Bullier dove appariva, trenta o quarant’anni fa, solo a titolo di variante tra un waltzer e un galop, e non come un ripetuto, melanconico martirio: quando le gonne delle danzatrici erano corolle di fiori complicati, sboccianti al vento festoso del can-can; e non maglie suggeritrici di nudità anemiche, in balli senza riposo e senza gioia. E poi, vedete, queste ballerinette di Vienna o di Buda sembrano ricordarsi, qualche volta, d’essere dei tributi di guerra. Nei loro occhi assonnati c’è un’inquietudine che a volte è lasciva, a volte ostile soltanto. Il poeta mio compagno diceva persino, esagerando, d’averne paura.

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Bal-tabarin-1904— Che tristezza!
— Ma no, amico mio; aspettate. Gli scrittori italiani sono ingiusti verso i Tabarin.

… Dopo un hesitation scandito appena da un cembalo, il jazz si ridesta: e il moro ci ridice dal megafono le sue rumorose puerilità, mentre il clarino accenna contorti motivi del più africano rococò, che il saxofon in si bemol riprende e rincalza; e il capharnaum si estende, con strilli strozzati, con raucedini spasimose, alle trombe a pistone, alle cornette di latta, e a uno strumentino ignoto che si fa largo, con fischi di folaga spennata viva, tra i belati incongrui d’una fisarmonica ungherese e le martellate d’un timpanista, che si direbbe impazzito dietro le sbarre d’argento d’un xilophon.
Siamo al crescendo dell’ora finale: l’ora in cui l’one-step, che dopo tutto insegna a marciare diritti, non basta più. E neppure il fox-trott: questa tarantella per nevrastenici. E neppure lo shimmy, che favorisce i movimenti a contrattempo e le fantasie riflessive. E’ il momento del drummer, del vero jazz, dalle pulsazioni terribili, delle smanie di epilessia.

Un argentino in abito da domatore, con una pallida donna tra le braccia, si lancia nel quadro luminoso, accenna quella samba arroventata che mette l’arsura pure a chi guarda, che salta, corre, prilla, balza su tutte le cose con una specie di ebbrezza truce, da condannati o da folli.
L’argentino, con la sua smorta donna sul cuore, è fastoso: fusciacca, cappellaccio, cartucciera, stivali di cuoio fulvo alla Harland Dixon. Messa in scena da lupo, per sì docile agnella.
E’ l’ora dei balletti en peau, se fossero permessi; l’ora in cui si beve. Vino, vino! E il fervere dello champagne passa dagli orli delle coppe a quello delle tuniche delle danzatrici. Tutto è fatto calice di piacere e proteso in un brivido di spume. Noi due stessi, testimoni astemi, siamo presi nei gorgo. Perchè nessuno sente la vertigine come ohi non beve fra i beoni. E’ l’illusione inversa di quando si parte, in treno, e pare siano gli altri a muoversi. Ora sono gli altri che riddano, ed è la nostra testa che gira. Eretici in una chiesa di peccati, sentiamo che c’è qualche cosa d’inevitabile, e forse di normale, nel convulso abbandono altrui.
L’orgia è la marea, il terremoto. E’ l’umanità che torna, viziosa ma bambina, agli impeti elementari, alle simbiosi ingenue; che risente nel proprio sangue la danza degli elettroni ripetere la danza delle stelle; che rivive, sia pure bestialmente, nella purità di quel ritmo che i saggi scoprirono nelle cifre, i filosofi in Dio.
A questo punto le trombe impettite degli ottoni acquistano una torva solennità.
Non c’è più di vivo che le bocche dei saxofoni. Tutto appare assorbito, divorato da loro; tutto danza commisto e distrutto: luci gialle e parruche bianche, occhi accesi e sigarette bout-d’or. E’ uno sfacimento su cui la musica trionfa: spettacolo sinistro, insieme, e sublime.

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I due ballerini si sono placati in un tango d’intensa lentezza.
L’uomo porta la donna, adesso, con una precauzione amorosa, quasi ella fosse di cristallo; e il ritmo si ripete in figura di carezze rifinite, rifluenti, passanti dall’uno all’altra come se nessuno vi assistesse: vereconde, però, e piene d’una schiva tenerezza. Sono, tutti e due, gravi e lontani. Credo che continuerebbero a ballare anche se la musica cessasse.
— Li conoscete?
— L’argentino, no. Lei sì. E’ di Graz. Nipote d’un duca, già consigliere dell’impero. Apparve l’anno scorso, in un Tabarin di Merano, con un corsage di specchietti. La sera dopo — s’era di giugno — tornò con una parure di lucciole. Dicono sia andata, quest’anno, in pellegrinaggio ad Assisi. Tre uomini si sono uccisi per lei.
— Ma lui, lui?
— E’ l’amante, naturalmente. Potrete capirlo da ciò: che, ballando, essa non ride. Ridere, al Tabarin, fa parte del programma. Ma ballare con la persona che si ama, è una cosa seria. Che dite, amico mio? Ch’egli ha una faccia brutale? Sì: e un vestito da domatore. Questa notte, forse, egli la frusterà. Ora danzano. Ora si amano.
Credetemi: se anche la musica cessasse, essi, essi soli, continuerebbero. Non danzano per noi. Ah, non pensatelo! Ma non è vero che sono belli? Essi incarnano, veramente, la musica. Anzi pare che la suggeriscano.
Guardate: non c’è più niente di vivo qui. Essi. Essi soltanto. Ballare è una cosa seria. Non c’è più qua dentro che la loro forma sposata, il loro sguardo rapito, la loro serietà unanime.

Addio, Tabarin. Domani tutte queste stupidaggine finirà. Per essi è già finita.
No, no, amico mio: non ballano per noi. Sono soli.
Lasciamoli soli. Andiamo.

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MARCO RAMPERTI
La Stampa, 28 Gennaio 1927

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