Abbiamo già parlato su queste pagine di Enrico Pichetti, che all’inizio del novecento era il più importante e rinomato maestro di ballo di Roma ed anche il più famoso insegnante di tango argentino.

Pichetti, dopo aver viaggiato e fatto esperienza a Parigi, nel 1894 fondò la sua prima Accademia di Danza in Via del Tritone. Era una piccola scuola ma gli diede l’occasione di farsi conoscere tra i membri dell’aristocrazia.
Tra questi c’era S.E. Moreno, un ministro Argentino che mandava le sue tre figlie a studiare danza da Pichetti. Moreno gli propose di aprire un’accademia a Buenos Aires e così fece: negli ultimi sei anni del XIX secolo Pichetti passò molto tempo in Sudamerica.
Questo lavoro consentì al maestro di accumulare risorse per il suo più importante progetto che prese il via proprio con l’inizio del nuovo secolo.

I primi anni del novecento furono un momento di svolta per il maestro di danze: in questo capitolo della sua autobiografia Mezzo secolo di danze, Pichetti ci racconta la fondazione della sua più importante e famosa sede che ancora oggi è possibile vedere dal Largo del Nazareno.
Nasceva il Palazzo Pichetti, dove si svolgeranno le lezioni dell’Accademia di danza più importante di Roma e le serate organizzate dallo stesso Pichetti per la nobiltà romana.

oggi

Fu durante quel prolungato riposo che maturai pienamente il progetto della costruzione della sala per la mia Accademia di danza. Così, quando guarito potei riprendere il mio lavoro con rinnovato entusiasmo e con accumulate energie e forze, e trovai all’accresciuto numero di allievi e di classi troppo piccola la sala di Via del Tritone, decisamente diedi incarico all’amico Ing. Scafati di comprare un’area adatta nel centro di Roma per la costruzione. Fu scelta l’area occupata da una modesta casa, in Via del Bufalo, dei fratelli Mazzino, alla quale era unito un ampio cortile. Eseguito il progetto dall’architetto Dante Barchiesi, nel 1901 si iniziarono i lavori di abbattimento per le fondazioni.

E qui, quando io credevo, a calcoli fatti, di poter condurre a fine i lavori preventivati con le somme accumulate negli anni precedenti, in mezzo a tutte quelle ansietà, che ho accennate e ad altre che è facile immaginare, cominciarono per me così terribili preoccupazioni che mi augurai tante volte di essere rimasto in America con la gentile Argentina nella sua «Estancia». Il terreno, ove si dovevano gettare le fondamenta, era acquitrinoso e a meno di sei metri di profondità c’erano dei corsi d’acqua. E poi non solo il terreno congiurò contro di me, ma anche i confinanti, che si unirono per farmi causa e impedire la costruzione. Quattro cause contemporaneamente erano in corso contro di me. Con sacrifizi, trattative, accomodamenti si poterono tacitare gli oppositori e continuare i lavori; ma io esaurii completamente le mie risorse finanziarie.

In America non ero andato alla fine di maggio, come mi ero proposto, per fare altri guadagni, perchè in quel periodo durante le cause, senza che le transazioni iniziate fossero concluse, c’era da temere che, durante l’assenza mia, tutto andasse in malora. In mezzo preoccupazioni e pene che potevano paragonarsi solo a quelle provate nella mia amara giovinezza, aiutato come meglio possibile dalla famiglia e facendo lezioni anche nell’estate, si condusse avanti la costruzione. Poi di mano in mano che le difficoltà materiali e le opposizioni venivano diminuendo e io vedevo elevarsi i muri e la mia sognata costruzione prendeva forma e dava fondamento tangibile alle mie speranze, una certa calma m’entrò nello spirito.

PalazzoAccademiaPichetti

Il favore del pubblico non mi mancava, potevo ormai fiduciosamente calcolare sui guadagni degli anni venturi, e, se anche in un primo tempo, non avessi potuto compiere tutti i lavori, certo nell’anno veniente 1902, io avrei inaugurato una prima sala, la cui sistemazione era più avanti. Quindi, rinunciato ormai al proposito di allontanarmi da Roma, mi sentii l’animo disposto a formarmi una famiglia; avevo ormai abbastanza scorrazzato qua e là spensierato e scapigliato e accolsi perciò come un buon augurio il contemporaneo fidanzamento avvenuto nell’estate 1901 con la signorina Matilde Caccialupi sorella del mio allievo Prof. Angelo Caccialupi, conosciuta durante una mia gita ad Anzio, e il compimento della costruzione della sala. Tale concomitanza dei due avvenimenti si rinnovò l’anno dopo nel 1902; il mio matrimonio e l’inaugurazione della sala al primo piano.

Però questo periodo che mi parve conclusivo per il mio avvenire, come ho già accennato al principio di queste memorie, perchè pareva avesse coronato i miei sforzi, rappresentando la sintesi di ogni mio desiderio, fu invece, per il sostegno morale, l’affezione profonda, la perfetta cooperazione, trovati nella compagna della mia vita, un incitamento a maggiori aspirazioni. Più di ogni altra persona lei mi sostenne e confortò nei momenti di dubbio e di scoramento; lei divise con me tutte le ansietà; lei, musicista abile, ma completamente ignara della danza, con uno spirito grande di versatilità, riuscì ad aiutarmi nell’insegnamento; lei infine, adattando la sua sensibilità artistica alle mie danze, ne raffinò l’interpretazione e divenne mia impeccabile e preziosa compagna nelle esibizioni pubbliche, per le quali, oltre alla grazia, prestanza e bellezza della persona, si richiede somma gentilezza di sentire. Dopo il giorno del nostro fidanzamento, ella fu la mia consigliera più acuta e sicura; dopo il nostro matrimonio fu la fida custode di ogni mio segreto e la saggia guida di ogni mio passo nella vita.
Quanto possono due anime concordi, affezionate e fedeli!
Negli anni 1901, 1902, 1903 fino all’inaugurazione della Sala maggiore al pianterreno, fu per me un continuo alternarsi di insegnamento, assistenza ai lavori, cure della nuova famiglia.
Ma l’animo mio era sereno e fiducioso, perchè non mi sentivo più solo.

Sala Superiore

Nell’immediato periodo, che precedette, nel 1903 l’inaugurazione, ebbi a superare altre difficoltà ben grandi, relative alla decorazione, agli stucchi, alla disposizione della sala. Come suole avvenire, nessuno mi risparmiava consigli, che si accavallavano nella mia mente, lasciandomi sempre ansioso di fare tesoro dell’altrui esperienza. Quando finalmente fra l’ansietà impaziente e bramosa di tutti giunse la sera del 1° febbraio 1903, per l’inaugurazione, dovetti a malincuore limitare il numero degli invitati ad una scelta di aristocratici e di persone più distinte; in modo che quell’inaugurazione ebbe qualche cosa di solenne e di grandioso. Come ho in principio accennato mi parve di avere ottenuto così la massima soddisfazione della vita, « meta agognata durante il lungo e faticosa cammino », poichè possedevo una Sala appositamente costruita per la danza con quelle comodità e regole d’arte, che si richiedono; l’unica che ci fosse allora a Roma con tali requisiti e tale da poter gareggiare con le migliori di Europa.

Eppure più lontano ancora « con rinnovate forze » aspirò la mia mente. Fin dalle prime riunioni danzanti, alla cui eleganza tenevano i frequentatori quanto io stesso, concepii il progetto di fare della mia sala « la sede degna della pura danza classica e moderna ». E da allora aiutato da mia moglie nell’insegnamento delle danze nuove e nella rievocazione di altre, già cadute in disuso, ma che nella tormentosa ricerca del nuovo, tornavano a dilettare giustamente gli spiriti equilibrati, sempre ebbi lo scopo di sfrondarle di tutte le esagerazioni, delle ricercatezze, dei virtuosismi di agilità e delle eccentricità di atteggiamenti, che urtano il senso morale e religioso. Ma di questa mia propaganda del buon gusto, che non si contentava dell’insegnamento nella sala, ma trovava un’efficace manifestazione più significativa, nelle esibizioni delle danze stesse in varie città, avrò occasione di parlare a tempo opportuno.

Giardino d'Inverno

Intanto il riconoscimento generale dell’eleganza e signorilità della sala e della sua adattabilità à rappresentàzioni teatrali, indusse un Comitato, di cui faceva parté anche S. M. la Regina Elena, a darvi delle rappresentazioni dell’opera «Filenia». Organizzatore per la esecuzione e la messa in scena fu il Barone Adolfo Kanzler. Numerose, lo si comprende, furono le prove fatte sempre nella sala, che diventò così il ritrovo elegante dell’aristocrazia di Roma. Prendevano parte alle rappresentazioni come artisti (e quali artisti! nulla avevano davvero da invidiare a quelli di professione) Donna Vittoria Colonna, la Principessina di Paternò, il Conte Ferretti ed altri. Alle rappresentazioni presenziarono le LL. MM. la Regina Margherita, la Regina Elena, la più alta Aristocrazia, il Corpo Diplomatico e tutte le più spiccate personalità della Corte, del Governo, delle Ambasciate e della colonia straniera. La ricchezza dei gioielli e degli abiti era impressionante: ma Donna Franca Florio, conscia della superba sua bellezza, ormai leggendaria, portava un semplicissimo abito nero e, unico ornamento, un filo di perle al collo! L’opera fu ripetuta tre volte e sempre gli spettatori furono numerosissimi. Queste recite, di cui parlarono diffusamente tutti i giornali italiani e esteri, portarono la mia Accademia all’« ordine del giorno », nella mondanità locale e straniera, e il nome mio, come maestro di ballo, e la Sala diventarono noti all’estero quasi come i monumenti antichi di Roma, da visitarsi dai turisti di tutte le nazioni.

Gran Salone

Da quell’anno 1903 il mio insegnamento divenne veramente, senza ombra di orgoglio, ricercato da tutti; famiglie nobili, Istituti di istruzione maschili e femminili, e Ambasciate; classi numerose pubbliche, classi private, Club sportivi, Società, tutti ambivano di poter dire dì avere frequentato l’« Accademia Pichetti ».

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