Il tango argentino fece la sua prima comparsa a Parigi nei primi anni del 1900, ma inizialmente non era altro che uno dei tanti “prodotti esotici”, da vedere negli spettacoli di varietà o nelle riviste musicali. Bisogna aspettare il 1911 per sentir parlare, sempre a Parigi, di maestri di tango e di serate dove la gente comune ballasse il tango argentino.

Tra il 1912 ed il 1913 ci invece fu una vera esplosione del tango come fenomeno di massa, non solo a Parigi ma anche a Londra e nel resto dell’Europa, compresa l’Italia.
Si trattava di una vera e propria febbre del tango: in tutte le città venivano organizzati i the-tango, la versione “tanguera” dei tè danzanti, ritrovi sociali con musica dal vivo dove imperversavano le musiche ed i balli alla moda, tra cui il fox-trot, l’one-step, il grizzly bear, e naturalmente il tango.

pichettiIn Italia nel 1913 c’erano già numerosi maestri di tango in diverse città d’Italia, ma il più famoso – che rappresentava l’Italia nei congressi internazionali dei maestri di danza – era Enrico Pichetti, fondatore dell’omonima Accademia di danza (ora non più in attività) con una bella sede ed una famosa sala fatte costruire dallo stesso Pichetti a Roma.

Pichetti è un personaggio centrale per il ballo sociale in Italia. Ha fondato la sua Accademia nel 1903, ben prima dell’odierna Accademia Nazionale di Danza che è stata fondata nel 1940.
Era di famiglia povera ma aveva molta intraprendenza: era un vero self-made man.
Ha imparato da giovanissimo l’arte di arrangiarsi, era appassionato di sport ma anche di arte e di ballo. Ha avuto la fortuna di studiare danza con Enrico Cecchetti, uno dei ballerini più famosi dell’ottocento. Cecchetti era stato l’insegnante di numerosi monumenti del balletto russo come Nijinsky ed Anna Pavlova.

Nel 1914 Enrico Pichetti era l’autorità Romana in fatto di danza, aveva prestigio indiscusso nelle più alte sfere dell’aristocrazia italiana ed era il maestro di danza più accreditato di tutta la nobiltà.

Riportiamo qui un estratto dalla sua autobiografia, dal titolo “Mezzo secolo di danze” pubblicata nel 1935, in cui parla dell’arrivo del tango in Italia.


Poco dopo il trionfo dell’one-step, la danza, quasi ad affermare la sua inesauribile vitalità, che si rinnova nel tempo e dal tempo trae nuovi aspetti attraenti e impensate iniziative, ecco comparire un nuovo ballo: il Tango Argentino.
Il quale eccitò la passione dei veri intenditori del hallo, di quelli cioè, che desiderano non solo il movimento ritmico a suon di musica, ma vi cercano un significato morale, un substrato psicologico, una manifestazione artistica, che sia espressa e sentita anche dalla dama.

Il tango apparve da prima sul palcoscenico dei Varietà, ballato, ben si comprende, con quella esagerazione di atteggiamenti, che lo rese odioso; mentre, sfrondato e ingentilito, si deve assolutamente giudicarlo corretto e il più significativo e il più sapiente di tutti i balli. Si acquistò subito una nomea di scandaloso e fece fremere di sdegno i più fanatici e superficiali difensori del buon costume, i quali trovavano perfino la base della loro critica piu spietata, nel nome Tango, dal latino “tangere” toccare…
Orrore!
E cosi ebbe l’ostracismo, anche prima che si sapesse veramente in che cosa esso consistesse.

Il Tango delle accademie, per distinguerlo da quello di palcoscenico, è un ballo molleggiante, fascinoso, aggraziato, flessuoso, guidato quasi dalla prudenza, tanto è lento e ragionato; è un ballo di sogno, e così signorile, rispettoso, riflessivo e languido, che non potrà mai ballarsi alla perfezione, se non da due persone, che abbiano, per cosi dire, lo stesso modo di sentire quella musica, che abbiano lo stesso gusto della vita e che attribuiscano lo stesso significato agli atteggiamenti, ai passi, alle movenze della persona.
I due ballerini di tango debbono parere guidati da uno spirito solo, uno ombra dell’altro, in una piena fusione armonica, gentile, fiduciosa, che la musica rapisce in un mondo ideale…

Però la crociata che fu bandita contro il Tango lo rese ancora più noto, più interessante e ricercato; così che sorsero discussioni senza numero e ci furono persino delle proibizioni dalle Autorità Ecclesiatiche!
Fu allora che io, per mostrare che nella mia Accademia non si dava ospitalità nè insegnamento a un ballo, che avrebbe certo, se usato nella forma criticata, danneggiato la mia scuola, deliberai di farne la presentazione pubblica, ballandolo con mia moglie dinanzi ad un’eletta riunione di invitati.

E un pomeriggio dell’aprile 1912, la mia sala fu piena delle persone più distinte dell’aristocrazia, dell’Ambasciate, dell’alta Società romana.
I biglietti, in numero limitato, secondo la capienza della sala, erano stati ricercatissimi; non un posto rimase vuoto, neanche nella galleria; e, un’ora prima della presentazione dei balli, la sala era già piena.
Eseguimmo prima di tutto un valzer figurato. Eseguimmo quindi con ricercata distinzione e maestria, nobilitandolo in ogni parte, il popolare One-step.

Per terzo annunciai il Tango: e parve subito che nella sala non ci fossero più persone vive, ma solo occhi aperti, intenti, fissi. Al nostro apparire non ci accolse nemmeno il solito applauso, ma ci avvolse una ventata di spasimante attesa, che mise anche in noi una certa ansietà.
E ballammo il famigerato tango: io ben sentivo, mentre compivamo con diligenza e grazia le figure più criticate e foriere di discussione, che veniva smontandosi la preconcetta avversione e che un senso di compiacimento, di vera gioia estetica, subentrava negli animi, riportando nei volti già contratti, negli occhi troppo aperti, nelle stesse mani nervose, un sentimento di sollievo, che andava cambiandosi in sorriso, in godimento, in approvazione; per finire poi in un applauso, che forse non mai così vibrante e generale ha risuonato nella mia sala.
Fu un vero trionfo! E qui debbo, per amore di verità, riconoscere che la vera trionfatrice fu mia moglie, l’incomparabile mia compagna di ballo, che seppe vincere, al primo presentarsi, con la grazia e la compostezza della persona, ogni ostilità.

Quello che io aveva previsto, avvenne. Fummo subito circondati dalle persone più altolocate che vennero a complimentarci, non solo per l’arte nostra, ma anche per la correttezza, onde avevamo rivestito una danza, che ormai, così intesa ed eseguita, poteva e doveva entrare in ogni casa, anche la più severa.

Il giorno dopo nelle mie sale non si insegnava, non si ballava, non s’imparava che il tango.


Il successo del tango fu un’ottima occasione di business per Pichetti, e la successiva condanna ufficiale della danza argentina fu per lui un brutto colpo. Ma seppe reagire sfruttando un’opportunità che gli si presentò in modo imprevedibile.

L’intera storia è raccontata nell’articolo sulla rivista Tango y Gotan e nella trasmissione Radio Crossover Tango di Ottobre 2016 dove abbiamo riportato con ampiezza anche tutti i riferimenti giornalistici, ospitando numerose letture di materiale d’epoca a cura da attori professionisti e semiprofessionisti.

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