All’inizio del 1914 il tango era un fenomeno di massa in tutta Europa: da Parigi a Londra e fino a Roma tutti ballavano il tango. Ma il suo successo stava per venire eclissato per due differenti motivi.

Proprio a cavallo tra il 1913 ed il 1914, tutto il mondo religioso sia Cattolico che Protestante si sollevava contro lo scandalo e l’indecenza delle nuove danze lascive, di cui il tango era il massimo (ma non l’unico) esponente.

Quasi contemporaneamente un articolo del giornalista francese Jean Carrère riportava imprevedibilmente di moda la danza della furlana, un’antica danza del nord-est Italiano che – a detta di Carrère – sarebbe stata la danza preferita dal Papa Pio X.
Quest’articolo provocò sul fronte ecclesiastico una furiosa smentita, ma ciò non impedì alla furlana di diventare il più importante ballo di moda del 1914 e soppiantare il tango.

furlanaC’è un filo che lega il destino del tango e della furlana, ed è a Roma,  dove il maestro più importante di tango era Enrico Pichetti, che nella sua Accademia -ed anche privatamente- istruiva sui passi della danza argentina tutta la società Romana tra cui anche alcuni tra i più importanti rappresentanti della nobiltà come il Duca degli Abruzzi.

Nella sua autobiografia “Mezzo secolo di danze” Pichetti racconta la sua versione degli eventi che portarono al grande successo di moda della furlana.


Il tango, come ho già accennato, si era redento dall’ostracismo; ora i giudizi erano meno severi e molti lo ballavano; ma, o per colpa di alcuni male intenzionati o per l’eccessivo rigorismo di altri, tale ballo non era ancora penetrato in tutte le case. E dire che la ragione principale dipendeva, più che altro, dal solo suo nome: Tango. Come se anche negli altri balli non ci fosse il contatto delle mani e della persona.

Una mia allieva, di origine cubana, mi fece vedere una danza cubana che aveva qualcosa a che fare con il tango e si chiamava Danzòn. Subito pensai di ribattezzare il tango e chiamarlo Danzòn e in conseguenza chiamai “Tè Danzòn” le riunioni danzanti.
La cosa piacque, ci furono spontanee conversioni, altri sorrisero, benevolmente ironici, ma cedettero lieti di poter cedere, altri ancora ne profittarono per ballare un Danzòn più tango del tango stesso.
Ma le novità non dovevano fermarsi qui.

Una mattina, mentre ero in sala intento al mio insegnamento, entrarono il Sig. Jean Carrère, corrispondente del «Temps» e il Conte Vitoldo Lovatelli, che scriveva la cronaca mondana della «Tribuna», per chiedermi se c’erano novità nel mondo danzante, specialmente dopo tanto scalpore provocato dalla comparsa del tango.
Parlai del Danzòn, del cambiamento del nome al tango e dei nuovi tè. Ma c’era per essi e specialmente per me un’attesa indefinita e indefinibile, già vibrante nell’aria: non eravamo soddisfatti.

Per doverosa fiducia a persone di tanto riguardo, comunicai anche i seguenti particolari confidatimi la sera avanti in casa della marchesa Patrizi Cooper a cui davo lezioni, dal mio bravissimo allievo il Principe Guido Antici Mattei.
Egli doveva andare con sua sorella a fare vedere al Cardinale Vicario il tango, come glielo avevo insegnato io. Mi ero rallegrato con lui della cosa e gli avevo fatte alcune raccomandazioni, per ottenere la più scrupolosa correttezza, sperando che poi, dalla constatazione di un così alto personaggio della gerarchia ecclesiastica, sarebbe venuto l’exequatur al mio tango.

Poi il Principe Guido, continuando le confidenze, aveva aggiunto, come se la cosa fosse di un’importanza relativa, che sua madre, durante l’udienza loro concessa dal Santo Padre alcuni giorni prima, aveva informato il Pontefice stesso che i suoi figli avevano imparato il tango da Pichetti. Il Santo Padre allora, con quella sorridente bontà, che faceva di Lui il vero padre di tutte le creature umane, aveva esclamato: “Oh! lo sappiamo che Pichetti insegna il tango corretto!”
E poi, adoperando il Suo dialetto veneto, che acquistava nel Suo dire ancora maggiore gentilezza, aveva aggiunto:
“Ma perché si debbono andare a cercare queste brutte danze esotiche? Io mi rammento che, quando ero a Venezia, si ballava la Furlana, una danza piena di grazia e di cortesia“.

Tutto questo comunicai ai detti signori, i quali però parve non dessero importanza alla cosa; in verità non gliene diedi neppure io, in apparenza; ma nell’animo mio si andava maturando un progetto così vasto, che me ne sentivo pauroso. E di questo nulla dissi, anzi mi compiacqui che nessun commento né avessero fatto, né mi avessero chiesto.
«Lanciare la Furlana!» dicevo a me stesso, e lo ripetevo continuamente; e il ballo furlana, che già conoscevo, mi riempiva tutta la mente, tanto che, non appena potei, lo ripetei materialmente, muovendo i passi.

Ma non era ballo da sala; così come si era ballato nel passato, non poteva che restare in un ambiente caratteristico, come se fosse un minuetto; poiché era ballo interamente «avec courant d’air»; frase che con la sua contraria «sans courant d’air», erano usate a Parigi dal ballerino, per domandare alla dama se accettava di ballare stretti o con una certa distanza. E il «Sans courant d’air» era sempre preferito.
Come allora lanciare la Furlana che si ballava «avec courant d’air»?
Era necessario modificarla, adattarla ai desideri dei ballerini e dei nuovi tempi, pure conservando il carattere particolare al ballo e rispettando il concetto del Pontefice.

Mentre questi pensieri, durante la stessa giornata, si agitavano nella mia mente, quei due signori Lovatelli e Carrère, giunti al Pincio e trovato il Principe Cariny, corrispondente del «Matin», gli riferirono tutto il discorso mio; e, quasi suggestionandosi l’un l’altro, decisero d’inviare ai giornali di Parigi, Londra, Berlino, New York e altri, la raccomandazione del Papa per la Furlana e il giudizio favorevole per il Tango insegnato da me.
Ciò fatto, essi tornarono alla mia sala, mi informarono di tutto e mi incitano a lanciare la Furlana. Dissi che la cosa non era facile e promisi di pensarci.
Non era facile davvero, ma la mia deliberazione era già presa.

Ai primi passi della tradizionale Furlana avevo aggiunto dei passi di valzer, che dovevano ballarsi «sans courant d’air», e incaricai subito mio cognato il Maestro Angelo Caccialupi, di compormi una musica per la Furlana, adatta al mio scopo e mi proposi di fare subito inviti per un «Tè Furlana». Nella notte pensai molto ai particolari di tutta l’esibizione.

Al mattino, ecco di nuovo i due amici Carrère e Lovatelli in sala, che, cortesemente e con doverosa cautela, pure mostrandosi compiaciuti di avere avuti tale idea, mi propongono di indire un tè in onore della Furlana. Li complimentai ridendo della loro bella pensata e, quasi in premio, offrii loro un biglietto d’invito per assistere al ballo desiderato, per il mercoledì venturo.
Rimasero così lietamente e francamente sorpresi, che non seppero che cosa rispondere; poi, ridendo anch’essi, mi strinsero la mano dicendo:
“Già, Pichetti non sarebbe poi il geniale maestro di ballo lodato dallo stesso Papa!”


Notiamo che la versione raccontata da Pichetti differisce da quella raccontata da Carrère: secondo Pichetti l’esibizione di tango sarebbe avvenuta davanti al Cardinale Vicario ed il riferimento alla furlana in colloquio privato con la madre del Principe Antici Mattei. Secondo Carrère invece l’esibizione sarebbe avvenuta davanti al Papa che avrebbe mostrato i passi della furlana direttamente alla coppia di ballerini.

Comunque, come abbiamo già accennato, la manovra di Carrère, Lovatelli, Cariny e Pichetti ebbe un grande successo e lanciò la moda della furlana in tutta Europa, con la sponsorizzazione involontaria del Papa che, nonostante la smentita di tutta questa vicenda, continuò ad essere considerato il patrono del nuovo ballo di moda ed il promotore di un’assoluzione del tango che in realtà non avvenne mai.

L’intera storia è raccontata nell’articolo sulla rivista Tango y Gotan e nella trasmissione Radio Crossover Tango di Ottobre 2016 dove abbiamo riportato con ampiezza anche tutti i riferimenti giornalistici, ospitando numerose letture di materiale d’epoca a cura da attori professionisti e semiprofessionisti.

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